lunedì 5 dicembre 2011

La masca Micilina


Ci fu un tempo, quando ancora eravamo ragazzi, in cui ognuno di noi conosceva le storie, le leggende e le tradizioni che i vecchi si erano tramandati l'un l'altro per lunghi anni. Poi venne la guerra con gli sconvolgimenti che le sono propri. Tutto fu messo sottosopra. Famiglie di regioni diverse cambiarono sede di residenza. Nel dopoguerra massicce immigrazioni da luoghi anche lontanissimi stravolsero le componenti locali e se, quarant'anni or sono, da noi si sentiva comunemente parlare piemontese, in breve volger di tempo si inserirono nella nostra regione idiomi disparati tra loro con una netta prevalenza di parlate ad accento meridionale. La televisione, con i suoi annunciatori ed intrattenitori romaneschi, valse a compiere il resto. Le famiglie cittadine presero a parlare ai loro figli esclusivamente in italiano e tutta una tradizione locale plurisecolare in pochi anni andò a farsi benedire.
Con la perdita del dialetto andò pure scomparendo la tradizione delle memorie tramandatesi per tanto tempo. La televisione casalinga, serpente a sonagli nelle nostre dimore, sostituì alle belle storie di un tempo coi loro protagonisti gentili o misteriosi tutta una serie di orribili scimmiottature pseudoumane delle quali per anni fu principe l'orrido Mazinga. Ed i bambini furono conquistati dai nuovi personaggi. Fu questa la seconda ondata, ben più distruttrice della prima che aveva scelto a suoi protagonisti i pistoleri americani.
Oggi, tra i giovani, pochissimi, credo, sanno ancora di masche, di spiriti, di maghi come noi sapevamo ed è per questo che mi chiedo se la masca Micilina, che settimanalmente firma messaggi su questo giornale, pensi che tra i giovani ci sia qualcuno che sappia veramente chi essa sia stata in vita. Forse ciò può ancora verificarsi, per qualche giovane delle campagne, dove la tradizione è più restia ad essere sopraffatta: nella città credo che ben pochi sappiano qualcosa di lei e soprattutto che è veramente esistita nelle nostre terre, con altre molte, come lei in genere destinate ad una miseranda fine.
La nostra masca, quella che scrive sul giornale per intenderci, parla sempre del futuro, eccezionalmente del presente; del passato, e particolarmente del suo passato, dice ben poco. È per questo che provo a tracciarne un breve compendio, così come risulta dalla tradizione locale che pure trae i suoi spunti da una realtà vissuta circa tre secoli addietro.
Personalmente ho incontrato alcune volte la masca Micilina nella mia vita. La prima fu all'età di cinque anni allorché la maestra di mia madre suor Ernestina, che insegnava nelle scuole elementari di via Mendicità, nel mese di luglio di un anno ormai lontano, organizzò con un'altra suora e le sue scolare una gita, come allora usava, a piedi a Pocapaglia. Vi venni invitato e mia madre fu ben felice di affidarmi per un giorno alle ampie gonne della suora maestra.
Raggiungemmo Pocapaglia dopo non so quante ore di cammino e c'era là ad attenderci un'ex allieva della maestra che ci condusse ad ammirare le cose notevoli del paese, prime fra tutte le famose rocche. E qui un’illustrazione dei misfatti della masca Micilina fu d'obbligo. Dopo averci indicato il picco rossastro che nel bruno dei suoi colori ricorderebbe il sangue della strega, ci tracciò tutto il curriculum delle miserande azioni della povera megera: dai primi malefici all'uccisione, per interposta magia del demonio, del marito che, caduto per arti misteriose da un gelso, si ruppe la testa.
Restai vivamente colpito dalla narrazione e l'orrore mi fu ravvivato pochi anni dopo allorché, trascorrendo durante le vacanze estive un mese di ferie non sull'Adriatico come oggi usa ma ben più modestamente sulla collina di Montepulciano sovrastante la valle di Fey presso un mio lontano, vecchio cugino, una sera, con altre storie di streghe e di fantasmi, mi fu nuovamente propinata la storia della masca Micilina con tutte le opportune varianti inseritevi dal narratore.
L’esistenza della masca, ormai acquisita come certa tramite i vari racconti che me ne erano stati offerti, mi venne storicamente confermata allorché, ormai adulto, parecchi anni dopo conobbi Euclide Milano che molto si era interessato al folclore ed alle leggende locali. Egli era convinto che del processo alla strega esistesse l'incartamento originale e si intestardì a ricercarlo invano nell'archivio della parrocchia del paesello dei Roeri. E, non avendolo rinvenuto, accusò, anche in una sua pubblicazione, il parroco del tempo di non averglielo voluto dare in visione per un malcelato timore da parte di colui di nuocere, aprendogli del tutto gli archivi parrocchiali, alla chiesa.
L'accusa era ingiustificata come ebbi poi, di recente, a dover personalmente constatare. Dovendo controllare l'esistenza di certi documenti secenteschi, anch'io dovetti consultare lo stesso archivio e, nell'occasione, l'attuale parroco don Aldo Molinaris fu verso di me di una cortesia difficilmente talvolta riscontrabile. Non solo mi aprì l'archivio ma mi permise ogni tipo di ricerca tra i documenti nello stesso conservati. Mentre passavo da antichi inventari a redazioni statutarie del quattrocento, mi tornò in mente l'affermazione di Milano e così, per mia curiosità, rovistai in lungo e in largo nell'ampia serie dei documenti. Passai di scoperta in scoperta con documentazioni di ogni tempo e sui più svariati argomenti, ma della masca trovai assolutamente nulla. Probabilmente il Milano non aveva posto mente che, essendo stata interrogata dall’inquisitore del tribunale di Savigliano e dal giudice di Cherasco, gli atti eventuali, seppur vennero stesi, furono in una di quelle città traslati.
La storia della masca, precisa nei particolari, ci è stata comunque tramandata grazie ad un lungo manoscritto della metà del settecento che è tutt’ora conservato presso il museo di Bra.
Micilina dunque, il cui nome di battesimo, così storpiato nella parlata locale, era Michelina, era originaria di Barolo. Andata sposa ad un contadino di Pocapaglia, qui venne ad abitare e per certe sue stranezze, già guardata con sospetto perché forestiera, cominciò a destare la curiosità dei vicini specie per certi inaspettati suoi atteggiamenti.
A porla in cattiva luce fu anche il marito che, convinto di sposarsi per avere una donna da far lavorare mane e sera, presto si accorse che la sposa poco era propensa ad ubbidire a tutti i suoi comandi. Lui la chiamava per mandarla nell'orto o nei campi e lei si nascondeva evitando di farsi trovare. Lui s'infuriava e, quando gli veniva a tiro, la pestava di santa ragione. Allorché della moglie parlava con i conoscenti si lamentava per il suo comportamento e per la sua poca voglia di lavorare affermando di non aver sposato una donna ma una masca che gli sfuggiva di sotto gli occhi e gli ricompariva davanti quando meno se lo aspettava. Ed in un'epoca in cui erano facili i soprannomi, quello di "masca" fu tosto appioppato a Micilina che, peraltro, se ne faceva beffe.
Successe un giorno che una bambina stava tornando dai campi, poco fuori del paese, con un cestello di frutta. Incontrò Micilina che le chiese uno di questi frutti. La bambina glielo diede e Micilina, nel ringraziarla, le pose una mano sulla spalla. Tornata a casa la bimba si piegò tutta da un lato e così rimase. Alle insistenti domande dei parenti per sapere cosa le fosse successo, la bimba raccontò dell'avvenuto incontro. Fu facile per alcuni affermare che si trattava di stregoneria, di malocchio trasmesso dalla fattucchiera all'innocente fanciulla.
Il convincimento raddoppiò allorché una giovane madre, allontanatasi per breve tempo dalla stanza nella quale riposava nella culla la sua creatura, tornatavi la trovò in preda alle convulsioni. Fu sufficiente che costei affermasse di aver visto nei paraggi Micilina perché i due fatti fossero tra di loro connessi e ne nascesse quindi un subbuglio che portò ben presto un nutrito gruppo di abitanti del borgo dal castellano reclamando che prendesse i provvedimenti del caso onde non insorgessero altre disgrazie tra la popolazione a causa dell'ignobile fattucchiera.
Il destino volle che proprio in quel frattempo suo marito, da un gelso sul quale era salito per raccogliere foglie da dare ai bachi da seta, cadesse fratturandosi l'osso del collo. Micilina fu chiaramente individuata come autrice del misfatto e, davanti all'ira popolare, il castellano fu costretto a farla imprigionare rinchiudendola nelle carceri del castello. Si interpellò sul caso il tribunale dell'inquisizione che aveva allora una sua sede a Savigliano. Fu inviato per appurare la verità un padre inquisitore affiancato dal giudice di Cherasco. Costoro, giunti a Pocapaglia, si accinsero all'interrogatorio che, secondo le consuetudini del tempo, per i casi di stregoneria contemplava l'impiego obbligatorio della tortura. Così avvenne per Micilina che, impossibilitata a sopportare i tratti di corda e le tenaglie arroventate che le venivano applicate sulle gambe e sulle braccia, confessò tutto quello che le si chiese di confessare: che aveva storpiato le due bambine, che aveva procurato la morte del marito e molti altri misfatti che andava via via inventandosi pur di porre fine alle sue sofferenze.
L'inquisizione era esigente per tal genere di testimonianze: le furono richiesti i nomi delle altre megere che, trasformatesi nottetempo in gatti e cani, vagavano per i boschi e le rocche portando nelle case isolate i loro malefici. Lei indicò nomi e cognomi. Molti corrispondevano a donne della natia Barolo dove aveva trascorso gli anni della giovinezza ed i cui abitanti meglio conosceva. Erano tutte donne innocenti che si trovarono in tal modo scaraventate, loro malgrado ed a loro insaputa, nel bel mezzo dell'indagine. Circa la morte del marito, interrogata sui particolari che l'avevano occasionata, disse che, a causa delle sue lamentele verso di lui che la faceva lavorare troppo, le era apparso tra i boschi, paludato da avvocato, ricoperto dalla toga nera, il demonio che, lodandola per l'amore che aveva per lui e la sua corte aveva tracciato con un bastone un cerchio intorno ai suoi piedi dicendole che, quando avesse oltrepassato tale cerchio magico, suo marito avrebbe avuto la giusta punizione. Nell’istante in cui il demonio si allontanò il marito cadde dal gelso e si fratturò la cervice.
Dopo le più ampie confessioni ed il riferimento ai più minuti particolari su tali avvenimenti, finalmente dopo più e più giorni, l'interrogatorio ebbe termine. Fu chiesto a Micilina se si pentiva dei suoi misfatti e lei rispose affermativamente. Cos'altro poteva dire? Il padre inquisitore le somministrò la pena spirituale: sarebbe dovuta andare scalza per tutta la vita e digiunare a pane e acqua per quaranta giorni consecutivi. Dopodiché la passò al braccio secolare perché questo emettesse la sua sentenza.
Il giudice di Cherasco affermò che, pur tenendo conto che spiritualmente la masca mostrava segni di ravvedimento, non se la sentiva di correre il rischio che nel futuro potesse tornare alle sue ignobili pratiche. Decretò pertanto che per il suo bene e affinché non ricadesse nelle mani del demonio, fosse sospesa per la gola finché l'anima non si fosse separata dal corpo, quindi abbruciata e le sue ceneri sparse al vento tra le rocche di Pocapaglia dove si era nottetempo intrattenuta in carnale commercio, come lei stessa aveva confessato, con Satana più volte apparsale sotto l'aspetto talora di un gatto, tal'altra di un caprone.
E così si fece. Preceduta dai confratelli della Misericordia incappucciati di nero e seguita da tutto il popolo, la triste processione, al canto del Miserere, si avviò verso le rocche.
Raccontarono poi parecchi dei presenti che, lungo il tragitto mostruosi ragni cercavano dalle ripe scoscese di lanciare lunghi fili di seta a Micilina urlandole, tra i paurosi sibili che mettevano, di aggrapparvisi. Se ciò fosse potuto avvenire Micilina certamente, per arti magiche, si sarebbe salvata. Ma la poveretta procedeva con le mani legate dietro la schiena e, davanti a lei, il parroco aspergeva con l'acqua benedetta il cammino per cui i fili di seta, al contatto con essa, si raggrinzivano e scomparivano del tutto. Si giunse infine sul luogo del supplizio e gli armigeri del castellano provvidero a compiere quanto era stato loro ordinato. Dopo l'impiccagione, il falò illuminò di cupi bagliori rossastri le forre e gli anfratti di quei tristi luoghi e di Micilina non rimase che un mucchio di cenere presto dispersa al vento.
Tutto ciò avvenne circa trecento anni or sono. Ora il nome della masca Micilina è tornato sulle colonne di questo giornale e la stessa masca ci intrattiene coi suoi discorsi economici-finanziari. Sarà questa la nuova fattucchiera dei tempi moderni? Ed allora, i grandi masconi che un tempo avevano imperio sulle meno importanti piccole masche locali, saranno forse oggi i grandi banchieri o i ministri del tesoro? Chissà!

Da: La vera storia della Masca (Articolo in due parti scritto dal Prof. Edoardo Mosca e pubblicato sul settimanale Basette il 24 e 31 ottobre 1986)

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